Le recenti prese di posizione della Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) e del Consiglio della Chiesa evangelica riformata in Svizzera (CERiS) costituiscono una tappa importante e incoraggiante nel dibattito sociale relativo al divieto delle cosiddette pratiche di conversione.
La Conferenza dei vescovi svizzeri precisa chiaramente nella sua presa di posizione che le pratiche volte a modificare o reprimere l'orientamento sessuale, l'identità di genere o l'espressione di genere di una persona sono incompatibili con una missione pastorale fondata sulla dignità, l'accettazione e la protezione della persona. Possono causare danni psichici importanti e costituire, in un contesto religioso, una forma di abuso spirituale. È particolarmente importante sottolineare una distinzione chiara: restano espressamente autorizzati i colloqui pastorali e gli accompagnamenti professionali aperti e rispettosi, che riconoscono la libertà delle persone coinvolte.
Anche il Consiglio della Chiesa evangelica riformata in Svizzera (CERiS) si posiziona senza ambiguità contro le cosiddette pratiche di conversione. Rileva sia l'assenza di prove scientifiche dell'efficacia di tali pratiche, sia le chiare ragioni teologiche ed etiche che vi si oppongono. Sottolinea inoltre la responsabilità delle Chiese di proteggere l'integrità personale degli individui e di garantire standard etici vincolanti nell'ambito dell'accompagnamento pastorale. Di conseguenza, il Consiglio della CERiS sostiene anche misure giuridiche volte a prevenire tali pratiche.
In quanto coalizione contro le pratiche di conversione, accogliamo con favore queste prese di posizione chiare e senza ambiguità. Dimostrano che attori religiosi centrali in Svizzera sono consapevoli della propria responsabilità e si oppongono chiaramente a pratiche che ledono l'identità delle persone e le sottopongono a pressioni.
Va sottolineata in particolare la linea comune delle due dichiarazioni: la protezione della dignità umana, e in particolare quella delle persone vulnerabili – tra cui i/le minori – è al centro delle preoccupazioni. Allo stesso tempo, viene riconosciuto che un divieto legale è imperativo e deve essere formulato con attenzione affinché non pregiudichi la consulenza e l'accompagnamento pastorale legittimi e aperti.
Queste posizioni inviano un segnale forte alla società: le pratiche di conversione sono incompatibili con un accompagnamento professionale, con l'etica psicoterapeutica e con una pastorale responsabile. Devono essere vietate in modo giuridicamente vincolante.
Vediamo in questo un contributo importante al dibattito politico attuale e speriamo che la strada intrapresa verso un divieto nazionale venga proseguita in modo coerente – nell'interesse della protezione, della dignità e dell'autodeterminazione di tutte le persone.
